Si è concluso il Giubileo della speranza con il suggestivo rito della chiusura della Porta Santa.
La stampa si è affannata a darci cifre e bilanci di quest’anno: i numeri esorbitanti di pellegrini; i lavori eseguiti nella città di Roma, il numero dei volontari etc.

Ma parafrasando le parole di Paolo VI al primo convegno delle Caritas italiane, potremmo dire che “al di sopra di questo aspetto puramente materiale deve emergerel’aspetto spirituale che non si misura con cifre e bilanci”. Papa Leone XIV concludendo l’omelia dell’Epifania, ha detto: “(…) è bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti (…)”.

L’impegno delle nostre comunità è tracciato ed ha due obiettivi: l’unità e diventare casa.
La porta chiusa non è un’immagine necessariamente negativa. Sarà capitato a tutti noi di sentirsi dire o dire: “chiudi la porta che ti devo parlare”. La porta chiusa indica l’intimità della casa, l’amicizia con coloro i quali condividiamo la vita. La porta chiusa tiene fuori la tentazione dell’ostentazione e ci riconduce a sentirci liberi di essere noi stessi. Gesù stesso ci dice: “quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo” (Mt 6,6).

La porta chiusa indica ancora la nostra libertà di scegliere di aprire perché il Signore possa entrare nella nostra vita e nella nostra casa: “Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

E per la nostra Caritas che può significare chiudere la porta? Probabilmente liberarci dalla cattiva abitudine di pensare che a coloro che frequentano i nostri servizi e che chiedono il nostro aiuto basta dare “qualcosa”: i centri di ascolto non siano solo “mercati” dove si va a fare la spesa; che la mensa non sia solo un ristorante dove si mangia in fretta e si scappa via; che lo sportello giuridico per immigrati non sia solo un ufficio dove si sbrigano carte e documenti; che i Gruppi Davide non siano solo luoghi di “doposcuola”; che il Centro Fratelli tutti non diventi un semplice “centro diurno per persone con lievi disabilità”; che l’ufficio caritas non sia un “progettificio” dove si calcolano obiettivi, strumenti e risorse; che i volontari e gli operatori non considerino le persone “utenti”.

Iniziamo a dirci anche noi: “senti, chiudi la porta, parliamo un po’”. Diciamolo al Signore, diciamolo ai fratelli e alle sorelle, diciamolo ai poveri.
Trasformiamo i “centri caritas” in “case Caritas” dove tutti possono entrare e gustare l’intimità dell’amicizia perché “è dolce e soave che i fratelli vivano insieme”. (Sal 133) E se dovessimo avere la tentazione di chiudere la porta solo per paura; non c’è da temere: “La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:< Pace a voi>” (Gv 20,19). Il Risorto sfonda le nostre porte chiuse, distrugge le paure e ci mostra le sue piaghe per non farci dimenticare le piaghe dei fratelli e delle sorelle e per invitarci a trasformare le ferite di tutti, le ferite di questo vecchio mondo in feritoie di luce.

 

 

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